Rosario Genovese

Catania Sera 9/11/1981

All’angolo di una via può capitare l’imprevedibile, soprattutto la possibilità della svolta improvvisa da imprimere al corpo e all’anima; il sostare di un mendicante a ricordo della società del benessere. All’angolo di una via può capitare di scorgervi Rosario Genovese nell’atto di fotografare un’indicazione, un numero, una grondaia. Se poi gli chiedi perchè, risponde, che, per comodità, fissa con l’obiettivo la immagine che costituirà l’oggetto del suo studio. lì suo è uno studio volto a ricollegare la percezione primaria ai tre filtri dell’occhio operanti nel momento dell’impatto visivo: architettura dell’immagine fissata con la matita mediante una meticolosa trasposizione dei rapporti di misura dalla foto al foglio; l’immagine capovolta in negativo; la focalizzazione dell’immagine raddrizzata dall’occhio che ne fa qualcosa di centralizzato. La sua indagine, armonizzata in tre momenti, si appunta soprattutto sul lavoro pittorico posto nel trittico al centro tra disegno e negativo. L’uso dei colori a questo punto costituisce il mezzo più idoneo per rendere viva la sensazione ricevuta dall’immagine. Ma spesso la volutezza dei rapporti di tono non dissimile dal momento reale vissuto, è talvolta poco propensa al calore, alla luce. Quasi un condizionamento ricavato dai due momenti primari della misurazione armonica del disegno e di un negativo che pur strumentalizzato a fini di convenienza è uscito fuori da una macchina. Questo tipo di ricerca mediante l’obiettivo, già affrontata dagli iperrealisti, non interessa e non viene più utilizzata da Genovese. Certo è, che questo ritornare sull’angolo, invece di darsi la possibilità di oltrepassare una strada potrebbe costituire il limite ultimo dell’avanzare. Se da circa due anni l’emozione (o che altro) è sempre scaturita da quella zona limitata, potrebbe darsi che ritornare sullo stesso tasto, dissociato nella ricerca del trittico, significhi costrizione quasi inconscia della opera. L’impressione è che lo studio si sia già esaurito e che abbia dato modo compiuto di fissare i tre momenti. Genovese ha ancora bisogno di ricercarvi qualcosa. Rimane il fatto che anche i momenti validi hanno bisogno di aspettare che al semaforo si sappia scegliere in quale direzione volgersi. L’attrazione potrebbe tramutarsi in costruzione fredda e, visti i consensi della critica sarebbe tempo di innovazione e di riscoperta.

 

Realtà Cosmica Diversi Periodi di fantasia creativa

Puglia 28/3/1990

«Genesi di una galassia» s’intitola cori uno dei lavori-campione presentato da Rosario Genovese alla Cooperativa «Esperienze culturali». ed offre senza esitazioni quello che è il suo mondo artistico, ovvero il suo «laboratorio» artigianale inteso a celebrare ad esaltare il cosmo partendo dalla semplicità dell oggetto. Ha tutta una sua visione l’artista catanese (è a Catania che insegna presso l’Accademia BB.AA. nelle cui file ha militato nella fase formativa) e non si può dire che non riesco a trasmetterla agli altri attraveso corpi solidi e curvi, simboleggianti l’energia cosmica. quella realtà che è senz’altro specifica del nostro secolo ma che sconfina nel Tempo come nella Storia. E molto opportunamente Erminia Cardamone nel presentare la mostra barese che precede quella che sarà tenuta in casa (cioè a Catania) a breve scadenza scrive: «La terra di Genovese è lontana nel tempo e nello spazio. Egli trae a sè. da un luogo infinitamente lontano, le forme e la qualità misteriora delle sue opere, oggetti mediali di contatto col mondo». E poi aggiunge: «Attraverso il simbolo (della terra, dei vulcani, delle isole, delle galassie: ndr) si rivela una realtà totale, inaccessibile: il simbolismo applicandosi ad un oggetto, ad un’azione, li rende «aperti». Il pensiero fa «scoppiare» la realtà. Per Genovese l’Universo non è chiuso. nessun oggetto è chiuso nella sua esistenzialità. tutto è tenuto insieme da un sistema di corrispondenza e di assimilazioni». Dal canto suo Enrico Crispolti che ha preso tanto a cuore la produzione e lo spirito dell’operatore artistico catanese analizzando i diversi periodi di fantasia creativa, scrive: «…Genovese riesce ora a raggiungere la maggiore suggestività di un simbolismo cosmico e tellurico attraverso la maggiore immediatezza fisica colore—materia e di materie quotidiane come strofinacci o corda di cocco. Traguardando dunque una credibilità tangibile dei segni d’un richiamo cosmico e tellurico, ora non più illustrato ma come interiorizzata in archetipi, secondo una remota familiarità di ancestrale. antropologica, a mitica».Tutte queste annotazioni critiche non fanno che centrare la validità misteriosamente espressiva del Genovese che «come già i Surrealisti, cerca un’esplorazione dell’inconscio, il poetico, l’inatteso, l’inconfondibile» (così sostiene Marisa Vescovo); ma ancora di più rende il colloquio diretto con l’artista, quando questi prende ad affermare l’esigenza della tridimensionalità, la sperimentazione e la conquista costante di nuove forme. materiali (impasti di sabbia, sostanze vegetali, ecc.), colori (il nero) e strutture (ellittiche) in un ambiente decisamente ed inconfondibilmente artigianale. E’ tutta una cultura filosofica che Rosario Genovese riesce a trasmettere nei suoi lavori, con una coscienza fondamentalmente umana ma strettamente legata con la misteriosità sostanziale dell uomo e del cosmo.

DON PEDRO

 

Rosario Genovese: I Totem Ulteriori

La Gazzetta delle Arti Mestre-Venezia,Maggio-Giugno 1990

Tra Milano (a «Contatto-Europa») e Roma (al Centro Di Sarro) e Bari (a La Cooperativa) per approdare infine a Catania con una mostra curata da Carmelo Strano, Rosario Genovese sta dando conto del suo lavoro come si è andato formulando e precisando nella seconda metà degli anni ‘80. E così questo artista che è nato e vive a Catania ci pone fra i piedi e impone ai nostri occhi le sue opere sono generalmente collocate a terra e talvolta poggiate a parete galassie, pianeti, vulcani. Come mai queste «cose» che l’autore definisce «totem del XXI secolo»? Forse non è da escludere la pregiudiziale contezza di una «insularità» che per Genovese è luogo e limite naturale del proprio esistere. Ma l’insularità di Genovese è anche consapevole di ulteriorità di spazi: il continente della nostra penisola e le terre oltreoceaniche, e ancora le altre realtà galattiche. Uscito dal reticolo di strade che costituivano i momenti dei suo fare pittorico iper-realista nella seconda metà degli anni ‘70, Genovese ha voluto accostare il cd. «macrocosmo», dapprima secondo un’ottica soggettiva ed emozionale (il mio Giove, la mia Terra, la mia Luna), quindi per le galassie e i pianeti dell’ultima produzione secondo la più assoluta «presentatività» delle sculto-pitture. Forse non propriamente pertinente il richiamo di Marisa Vescovo a Varuna, il dio «legatore-slegatore» della mitologia indoeuropea, ci sembra però necessario rilevare il nesso tra processualità prodotto che connota specificatamente queste opere ultime di Genovese. Il lavoro si inserisce in quel filone propriamente italiano dell’arte povera, che in seguito dopo le dilaganti esperienze estetiche nell’ambiente e nel sociale degli anni ‘70 è andato arricchendosi di più accentuate valenze antropologiche. Materiali poveri, ma anche tecniche povere: patrimonio sia queste che quelli di civiltà contadine, di ruoli artigianali, «specimen» del più esistenzialistico «far da sé» in economie e intercluse. Ecco le strutture degli asciugapanni di una volta (cupole formate con strisce di legno curvate), ecco corde d’agave o di cocco, ecco strofinacci e carte vetrate catramate anche se talvolta i supporti sono di alluminio anodizzato o fiberglass che vanno a compattare tridimensionalmente forme ovali, tonde, ellittiche. Se le opere dipinte negli anni Settanta dichiaravano piuttosto una matrice surreale, annidata nel trompe-l’oeil, nella specularità tra negativo e positivo, nella iperbole di un elemento rispetto ai testo-contesto, questi compattamenti sono in primo luogo «materici» (dicendo il gusto per la ruvidezza e la corposità della materia) e quindi espressione di un interesse antropologico che si rapprende appunto fra materia, forma, colore (quest’ultimo all’insegna della legge del tetracromatismo, bianco, giallo, rosso, nero, di cui riferiva Plinio: «Quattuor coloribus solis immortalia illa opera fecere…»). Ecco la perentorietà del manufatto artigianale-artistico che ripete conoscenze di immediata contiguità (l’isola, l’Etna) e dell’ipotetica grana (o tessitura) di pianeti lontani, di galassie. Perché negarsi questa «appropriazione» di mondi se la leggenda, il mito, le antiche religioni, il potere politico si appropriarono appunto del sole, della luna, dei vento, della terra. Crispolti ritrova, commentando la mostra romana, un «commercio immaginativo (…) fra un remoto temporale e un remoto spaziale attraverso tuttavia appunto la concretezza di segni antichi impressi su oggetti nuovi…». Solo che un tempo remoto l’«artefatto» poteva indurre a credere tra animismo e fideismo , oggi i nuovi totem di Rosario Genovese (per i quali Strano parla di «similarità» che supera e accantona la mimesi) si offrono quale «possibilità» di interrogazione e dubbio tra le affermazioni scientifiche della cultura avanzata e il sottile, persistente filo che ancora ci lega ad ancestrali assi mitico-religiosi. Forse abbiamo proprio bisogno di confrontarci con questi oggetti per così dire primordiali per prendere un po’ le distanze dai sofisticati congegni che riempiono oggi la nostra vita. Se è pur vero che l’artista è oggi l’ultimo artigiano, alla sua manualità e alla sua creatività che si svolgono tra il riuso di tecniche e materiali obsoleti per l’invenzione e la riformulazione di eventi significanti anche e proprio per l’«errore», a siffatta operatività più ricca di tensione che di epidermica nettezza formale dobbiamo credito disponendoci a raccoglierne la forza persuasiva.

Vincenzo Perna

 

Quell’ermetico oggetto interpreta la realtà d’oggi

L’Espresso Sera 2/12/1990

Le opere che Genovese espone, in questi giorni, alla Galleria Arte Club di viale Vittorio Veneto 161, rappresentano una novità per chi lo conosceva impegnato nel racconto del reale Infatti sino all inizio degli anni 80 egli è ancora legato alla pittura come interpretazione della realtà e «Via Curia» opera del 79 lo conferma.Però non mancano nelle opere degli anni successivi sintomi di rinnovamento pittorico ed interpretativo della realtà come in «San Nullo» del 1983, anche se l’ impostazione visiva del quadro è ancora quella «negativo-positivo». Sono queste ed altre le ultime opere in cui il Genovese non si è ancora del tutto liberato del racconto figurale. Dopo queste opere allo spazio quadrato come supporto pittorico egli preferisce quello circolare, od ovoidale e sono queste forme che suggeriscono al pittore rappresentazioni cosmiche. Nascono così «La mia luna», «La mia terra», «La mia galassia». «Il mio Giove», Il pittoricismo, in queste opere, è ancora quello della pennellata staccata e modulata alla maniera delle precedenti pitture che trovano il massimo pittorico nell’opera «Io» del 1986. Troviamo ermetico l’aggettivo possessivo «mio» che egli adopera nelle prime opere di questa nuova visione estetica definendola «La mia luna», «La mia terra» mentre poi le altre diventano per lui «La calotta di Marte», «Galassia spirale», «Galassia totemica»; questo, in verità non siamo riusciti a capirlo, mentre abbiamo capito bene il significato dell’arte di Rosario Genovese, che si lega, in parte, all’arte povera. Egli, infatti, si serve per le sue opere di corda, legno, strofinacci, catrame, vetroresina e di tutto ciò che possa esprimere al meglio la sua “idea” artistica, Idea che viene realizzata con intelligenza e buon gusto, Queste opere plastico-pittoriche, come le ha connotate il professore Carmelo Strano destano in chi li guarda una buona suggestione visiva, Le forme totemiche hanno il fascino del gioco e del primordiale e con i loro colori fortemente materici, costruiscono sulle superfici motivi di decoro significativi, in sontonia con i nostri tempi.

Sebastiano Milluzzo

 

Universi tridimensionali nelle forme di Genovese

Giornale Di Sicilia 2/12/1990

«Ho cominciato ad operare su superfici bidimensionali, ma l’esigenza della tridimensionalità si è fatta ben presto pressante e mi ha spinto a ricercare e costruire forme primarie che accostassero il mio lavoro all’universo che è dentro e fuori di me». Universo…, una parola che sfugge dalla mano, infinita, nella quale si vola come in un aereo senza pilota, respirando il freddo sapore del vuoto che abbraccia, come il buio blu dello spazio. In questo «universo», Rosario Genovese, ha trovato delle «forme» e le ha fatte sue, portandole sulla terra, come un astronauta porta da un suo viaggio, durato anni interminabii, la pelle chiara della luna. Sono tentato di paragonare questa sua nuova ricerca artistica ad un fiume nuovo, un fiume dove la superficie acquosa si alza con coraggio marmorizzandosi nel cielo, ad indicare una strada nuova da percorrere. «Il Giove, Sole, Marte, Isola, Galassia 2», nei titoli delle sue opere e ripetutamente presente il tema della circolarità, la rotondità, l’eterno ruotare, inteso come evoluzione dell’umano, di un umano che guarda sempre più in avanti, deciso a lasciare una traccia indelebile del suo passaggio. In questa decisione, in questo sguardo che agguanta come una tigre la sua preda e che rimbalza nelle stanze dei cervelli del domani, Rosario Genovese appende le sue strutture dai colori sciarosi e squillanti, che guadagnano la superficie ruvida in segnalazioni, linee dalle simbologie vicine al nostro tempo e al nostri orientamenti culturali. La mostra di Rosario Genovese sarà possibile visitarla fino alla metà di dicembre, presso il centro culturale «Arte Club», via Vittorio Veneto, 161/D, Catania.

Claudio Miluzzo

 

Rosario Genovese

La Sicilia 3/12/1990

Nella finalità dì realizzare con la sua arte concettuale una visione nuova dell’idea di spazio in movimento e di approfondire, attraverso stimoli visivi ed emotivi, tratti dalle galassie e dall’infinito, il suo cammino artistico, Rosario Genovese (Catania 1953), che dal 1984 si interessa della struttura primaria che costituisce l’universo e indaga sul determinarsi e combinarsi delle forze nel rapporto macro-microcosmo, presenta all’Arteclub (viale Vittorio Veneto) una serie di opere che lo definiscono scultopittore di galassie,pianeti, vulcani, isole . Raffigurate in catalogo, a fronte dei pareri critici di Carmelo Strano, Marisa Vescovo ed Ernesto Crispolti, le opere di Rosario Genovese sono state presentate, in anteprima all’accademia di Belle Arti, dal commento dei prof. Salvatore Silvano Nigro che ne ha offerto, nella sintassi ellittica dell’alienazione dell’oggetto rispetto la narrazione e nella nostalgia della materia folklorica, una lettura filosofico-letteraria, dove il cosmo che Genovese consegna agli oggetti si riferisce ai mondo notturno che vive di accensioni in una cosmologia vista da una «caverna» . Ma l’arte di Genovese, come fa osservare Carmelo Strano, non rinuncia al divertimento e alla possibilità di essere ambigua, non è emulazione della realtà, ma, assumendo lo stato strutturale dei referenti, intrattiene con essi un rapporto distaccato su terreno poetico che si inserisce con finalità etica in un tessuto neoprimitivo poggiato su basi scientifiche . E infatti, i materiali adoperati dall’autore si legano alle radici, sono materiali poveri, nasse di legno. fasciame, corde di agave e di cocco, strofinacci imbevuti di catrame, pozzolana, sabbia, pigmenti colorati, terre; mentre la tessitura cromatica variegata, crea sensazioni di realtà spaziali che vengono confermate dalle predilizioni degli spazi curvi e dalle ellissi che si relazionano alle leggi e alle forme dell’astronomia, dove le forze energetiche implosive ed esplosive, regolano ii comportamento degli elementi delle galassie e dei pianeti . Sicché in una resa fittissima della pennellata che si intesse a larghe fasce e a flussi direzionali. Rosario Genovese raggiunge l’effetto della similarità al modello e può, a ragione, intitolare le sue opere: «Il mio Giove», «La mia Terra», «La mia Luna». «La mia Galassia»

MiIIy Bracciante

 

L’arcaico si fa scultura

La Sicilia 7/3/1992

L’arcaico che diventa nuovo ed il post-atomico già precocemente invecchiato si incontrano a metà strada in una nuova galleria di Bagheria (fino all’8 marzo) nella mostra “Una nuova scultura”. Nello spazio, all’ultimo piano di un palazzo di recente costruzione da dove si vede il mare, gestito da Piero Montana, sono esposte le opere di Carlo Lauricella e Rosario Genovese. Fin dall’ingresso l’impatto o emotivo è molto forte. Si viene assaliti da incombenti figure totemiche realizzate con grosse corde di canapa pazientemente arrotolate intorno a strutture circolari che si scopre essere poi quegli antichi cerchi di legno flessibile che venivano posti sopra i bracieri della nonna. Si chiamavano «cicca». Variamente combinati assieme vengono utilizzati da Rosario Genovese come una sorta di anima fragile ed eterea per le più articolate e complesse composizioni . Uno sull’altro diventano obelisco con la punta eretta fino a toccare il cielo, (Mater Galaxia).Uniti a due, a combaciare, formano una trottola (Galassia spirale). Sulla superficie scabra della corda arrotolata lo scultore, che viene da un passato di pittore, segna delle spesse bande di colore.Le linee bianche, o nere, blu o verdi si inseguono o si attorcigliano a spirale e sarebbe bello vederle rincorrersi nel movimento circolare impresso alle sculture; debitrici, nella loro concezione, a certa Arte Povera e dispensatrici di contro di suggestioni arcane al pari di manufatti provenienti da civiltà animistiche. Così Rosario Genovese che a dispetto del titolo della mostra è un pittore, il quale, alla ricerca di un supporto altro su cui realizzare le sue composizioni, ha inventato non solo quello (le corde), ma anche la forma: varia, essenziale, nuova.

Peppe Occhipinti

 

L’Etna è la sua Musa

Il Nostro Tempo (Arte) Torino 26/1/1997

Catanese, 43 anni, docente di decorazione all’Accademia di belle arti del capoluogo etneo, Rosario Genovese è oggi uno degli artisti siciliani più proiettati verso la sperimentazione artistica intesa come seria ricerca non solo estetica ma conoscitiva. Partito dal fascino dell’iperrealismo americano. Genovese si ritrovò senza saperlo a operare all’interno di quel«realismo fotografico» che contemporaneamente si sviluppava in Germania e che consisteva, come spiega lui stesso. «nel bloccare fotograficamente l’immagine in un momento per riproporla quindi ricopiandola sulla tela, cosa che permetteva di manipolare apparentemente la realtà, riproducendola invece fedelmente. Presto, però, Genovese scopre il gusto dello spazio; il pennello comincia a scivolare quasi autonomamente sulla tela, a seguire un suo ritmo a volute, a cercare un centro da cui scaturisca tutto. «il figurativo sparì», racconta ancora l’artista, «e apparvero pianeti. Lo spazio curvo mi affascinò, la tela stessa dovette trasformarsi in circolare obbligandomi così a restare all’interno di questo vortice. La circolarità, capii allora, l’ellisse, lo spazio curvo sono una costanza e un a regola, una forza presente in ogni fenomeno dell’universo, dal più piccolo al più grande. Nella circolarità c’è l’inizio e la fine di ogni cosa. E c’è l’eterno ritorno». Il passaggio alla scultura fu conseguente, a questo punto. E l’Etna, il grande vulcano,la montagna da cui si è originata la terra, diventa il motivo ispiratore principale. Per le sue lingue di lava che cercano anch’esse la curva, per la materia che genera se stessa, per il magma a cui la crosta terrestre impone forma. Per la sua femminilità e la sua maschilità che ne fanno una sorta d’immenso androgino naturale da cui tutto ha origine. Gli stessi materiali cambiano, si fanno al contempo più umili e più prossimi al tema. I colori non sono più quelli in commercio ma vengono ottenuti impastando la stessa sabbia del vulcano con pigmenti a olio, mentre le forme si sviluppano su strutture lignee che poi vengono avvolte da corde, da strofinacci, da sacchi di iuta. «La corda», spiega Genovese, «ha di per sé la caratteristica di adattarsi alla curva, alla circolarità; e nella curvatura, nella torsione, prende forza e diventa elemento di legatura». Per rappresentare il vulcano le forme abbandonano per un momento anche la loro “gabbia” circolare e si sviluppano in altezza: da li il rivolo lavico può scendere più efficacemente ad ellisse, ripetere l’andamento ciclico ancora una volta, all’infinito. Cominciano piano piano a nascere anche i «totem». «A questo punto», afferma Genovese, «anche la materia che viaggia sopra queste strutture si fa curva, oltre ad esserlo per natura. E la traiettoria diventa similare a quella presente nello spazio cosmico. alle galassie e ai corpi celesti». Una ricerca totale sulla materia, insomma, un laboratorio sempre in attività che però si riallaccia in qualche modo continuamente alle origini storiche, anzi mitiche, della Sicilia e, in particolare, del territorio etneo, Esso ha portato di recente l’artista a trascurare il discorso della materia per misurarsi con maggiore rigore con la struttura.E’ il caso del bozzetto preparato da Genovese per il concorso palermitano per una scultura nella piazza antistante la nuova circondariale. Grandi dimensioni,metallo al posto del legno e spazi enormi saranno da oggi gli elementi con cui confrontarsi.Alla ricerca,ancora una volta della verità e dell’armonia.

Salvo Nibali